Marzo 2007

DLMM GVS
1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31

Tag

Ultimi commenti

Ultimi post

Diffondi i contenuti

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Marzo 2007
Pagine:

DOSSIER CERNOBYL

di MontagnaNostra (31/03/2007 - 23:51)

DOSSER LEGAMBIENTE (estratto)

invitiamo tutti a leggere l’interessante documento integrale

sul sito di Legambinte Valsusa

www.legambientevallesusa.it

DOSSIER CERNOBYL: LE CONSEGUENZE AMBIENTALI E SANITARIE A 20 ANNI DALL’INCIDENTE

INTRODUZIONE

Si è appena chiuso l’anno che ha celebrato vent’anni dall’incidente di Chernobyl, ma ben poco è cambiato da allora. Le conseguenze del fall-out nucleare che ebbe origine per l’esplosione del reattore della centrale ucraina, sono state particolarmente pesanti per la popolazione e per il territorio bielorusso, dove maggiore è stata la concentrazione della radioattività che vi si è riversata. Milioni di persone sono ancora soggette a livelli di contaminazione difficilmente pensabili in condizioni normali; gli effetti ambientali rimangono pressochè immutati da allora, in termini di estensione del territorio interessato, mentre riguardo alle caratteristiche degli elementi presenti,  cominciano ad emergere delle criticità specifiche, che richiedono maggiori gradi di approfondimento. Analogamente per quanto riguarda gli effetti sulle conseguenze sanitarie si pongono quesiti e scenari anche assai mutati  da quelli in origine: con patologie diverse da quelle tumorali (in special modo alla tiroide) che colpiscono anche fasce di età superiori a quella infantile e che pongono l’urgenza di cominciare a valutare gli effetti non solo e non più sulla popolazione direttamente o indirettamente colpita dal fall-out di vent’anni fa, ma anche sulle generazioni che da quelle cominciano a discendere.E’ inoltre urgente avviare campagne di info rmazione sui luoghi colpiti o marginali ad essi  per ottemperare almeno a percorsi di prevenzione per quanto attiene l’alimentazione quotidiana. Infine, ma non certo per importanza, è necessario che vi sia una forte pressione da parte della comunità internazionale, affinchè vi sia un coordinamento nelle azioni volte ad una rapida e, per quanto possibile stabile, messa in sicurezza di quanto rimane del reattore esploso a Cernobyl sotto la coltre dell’attuale sarcofago. Questo è il quadro di sintesi delle misure necessarie per far fronte all’emergenza straordinaria, che il disastro di Cernobyl ha prodotto e che emerge se pure in maniera non certo esaustivo rispetto al necessario, dalle campagne di monitoraggio ambientale e sanitario che Legambiente assieme a strutture istituzionali quali l’Arpa Emilia Romagna e le strutture ospedaliere di Modena e Grosseto, ma anche  grazie all’azione volontaria di molti, ha svolto. Un’attività che si è sempre realizzata in piena cooperazione con le strutture istituzionali bielorusse che hanno collaborato in maniera costruttiva alla realizzazione di queste campagne di monitoraggio. E che nel caso del monitoraggio sanitario svolto attraverso il laboratorio mobile, continuano adesso da soli a portare avanti un lavoro di screening che ha coinvolto oltre 14.500 soggetti in tre anni di lavoro. Mentre nel caso del monitoraggio ambientale, condotto con il laboratorio di Minsk , questo ha permesso un confronto tecnico e di elaborazione all’interno di un percorso di collaborazione che auspichiamo dia  luogo in futuro a successive campagne, per avere un quadro più completo della situazione attuale. I dati che vengono presentati in questo dossier – sia riguardo al monitoraggio sanitario sia riguardo al monitoraggio ambientale- rappresentano quindi un duplice risultato: l’aver creato condizioni di conoscenza assolutamente ripetibili e l’aver messo in piedi un lavoro sinergico di cooperazione. Offrono quindi uno spaccato senz’altro limitato  nel tempo e nello spazio in cui si sono realizzati, ma senza dubbio rappresentano un punto di partenza prezioso per il lavoro che ci auguriamo possa essere svolto a partire dall’immediato futuro.

LA SITUAZIONE DEI PAESI COLPITI DAL DISATRO DI CERNOBYL

La centrale nucleare di Cernobyl è stata definitivamente chiusa il 15 dicembre 2000: attualmente sono 4 i reattori spenti e due quelli la cui costruzione è stata interrotta dopo l’esplosione dell’86. Alla centrale lavorano quotidianamente un centinaio di addetti: per loro i turni sono di 12 ore e poi due giorni lontani dalla centrale, per abbattere le radiazioni. Complessivamente sono 3.700 i tecnici che lavorano a Cernobyl con il compito di tenere sotto controllo la centrale. Il sarcofago che copre i resti del reattore esploso, che si stima contenga il 95% del combustibile presente al momento dell’esplosione, presenta all’incirca 1000 metri quadrati di crepe e fessure, dalle quali ogni anno, secondo stime ufficiali, si infiltrano 2.200 metri cubi di acqua piovana, cui va ad aggiungersi l’acqua di condensa, stimata in ulteriori 1.650 metri cubi  annui. La nuova copertura prevista per la messa in sicurezza del sarcofago avrà la forma di un arco e misurerà 100 metri di altezza e 260 metri di larghezza, e diventerà la più grande struttura mobile mai costruita. Il nuovo “contenitore” verrà assemblato in un’area sicura nei pressi del reattore e successivamente installato sopra la vecchia struttura: questo sarà garantito per 100 anni, entro i quali dovranno essere studiate nuove soluzioni per la successiva messa in sicurezza. Sulla base degli accordi sottoscritti nel 1997 a livello internazionale, il costo del progetto venne stimato in 768 milioni di dollari: a oggi il costo è già lievitato a oltre un miliardo di dollari. I 28 Paesi donatori e la Commissione Europea hanno mano a mano alimentato con i propri contributi un Fondo multilaterale gestito dalla banca europea, per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS). La  risposta a nome della Commissione europea della Ferrero Waldner ad una interrogazione fatta dall’eurodeputato Vittorio Agnoletto, in occasione del ventennale dell’incidente, conferma che la Commissione ha finora versato 190,5 milioni di euro al fondo ed è previsto un ulteriore impegno di 49,1 milioni di euro: un importo che corrisponde al 28% dei contributi come previsto dalla ripartizione storica degli oneri tra i paesi donatori e tra i contributi già versati e gli impegni presi si arriva alla copertura del contratto per il nuovo confinamento sicuro che dovrebbe essere concluso in circa quattro anni. A 20 anni dall’esplosione, circa 7 milioni di persone sono ancora esposte al rischio contaminazione da isotopi a lungo decadimento. La maggiore fonte di pericolo arriva dal cibo prodotto nelle aree colpite dall'esplosione, in cui si registrano alte quantità di Cesio.  Secondo le conclusioni di un gruppo internazionale di oltre 100 scienziati, fino a circa 4.000 persone potrebbero ancora morire per l'esposizione alle radiazioni dovute all'incidente all'impianto nucleare di Cernobyl, venti anni fa. Le nuove cifre sono contenute in un rapporto, Cernobyl's Legacy: Health, Environmental and Socio-Economic Impacts, presentato dal Cernobyl Forum. Tuttavia, il tasso di sopravvivenza fra le vittime del cancro - almeno a giudicare dalle cifre della Bielorussia - è molto alto. Oggi, nei Paesi dell'ex Unione Sovietica, la povertà e i problemi di salute mentale contribuiscono  al pericolo rappresentato per le comunità locali dall'esposizione alle radiazioni. Solo in Bielorussia oltre il 90% dei pensionati vive sotto il livello di povertà e la situazione non va meglio in Ucraina, dove molte famiglie sfollate vivono in miseria e senza prospettive. Il disastro della centrale nucleare di Cernobyl, nell’aprile del 1986, ha contaminato un’area, tra Russia, Bielorussia e Ucraina, grande due volte l’Irlanda.Il Paese che ha avuto le conseguenze maggiori è la Bielorussia dove si è avuto il 70% della caduta radioattiva che ha contaminato il 23% di tutto il territorio nazionale, colpendo una vasta area agricola e boschiva. In quella che è stata definita “la zona morta”, un’area compresa in un raggio di 30 chilometri dalla centrale, sono state evacuate in via definitiva oltre 400.000 persone, anche se alcune stanno lentamente tornando e i villaggi abbandonati si stanno ripopolando da chi non ha nessun’altra possibilità di vita.  In Bielorussia, anche a causa del disastro di Cernobyl e della conseguente povertà che si è  abbattuta su gran parte della società, molte famiglie si stanno disgregando: i giovani che cercano fortuna all’estero e i più anziani che non trovano altra via d’uscita se non attraverso l’alcol che già dalle prime luci dell’alba è ben presente su ogni tavola; a tutto questo si aggiunge l’esplodere dell’Aids che in certe realtà si sta diffondendo pericolosamente. La povertà è palpabile anche a Minsk, capitale della Bielorussia, dove dietro a una facciata pulita e ordinata si cela una miseria diffusa, anche se la situazione è particolarmente critica nelle aree rurali. La stima riguardo alle sostanze radioattive disperse nell’ambiente per l’esplosione del quarto reattore della centrale è di oltre la metà dello iodio e del cesio presenti nel nocciolo, più altri radionuclidi e gas radioattivi pari a una attività di 11 EBq, ovvero un miliardo di miliardi di Bequerel. Il fall-out ha interessato il 5% dell’Ucraina, solo marginalmente la Russia (lo 0,6%), mentre si è riversato principalmente in Bielorussia contaminando circa il 23% del territorio. In oltre 46.000 chilometri quadrati si registrarono valori di oltre 37 kBq/mq per la presenza di Cesio137: un’area questa che comprende 27 città in cui vivevano oltre due milioni di persone, in pratica più di un quinto dell’intera popolazione. Più localizzata risultò la contaminazione da Stronzio 90, in circa il 10% del territorio, con livelli massimi di 1800 kBq/mq nel distretto di Khoyniki, nella regione di Gomel(Bielorussia), in un perimetro di 30 chilometri intorno alla centrale. Sempre nella regione di Gomel, nei distretti di Bragin, Narovlya, Khoyniki, Rechitsa, Dobrush e Loev, che rappresentano circa il 2% della Bielorussia, si rilevarono le maggiori contaminazioni da Plutonio 238, 239 e 240. Anche in questo caso il distretto di Khoyniki è quello che ha fatto registrare i valori più alti con più di 111 Bq/mq. La zona dei 30 chilometri di raggio attorno alla centrale è quella da cui la popolazione è stata evacuata nel 1986 per gli elevati livelli di contaminazione: in quest’area lo Stronzio 90 raggiungeva valori superiori a 3 Ci/kmq e il Plutonio, con i vari isotopi, superiori a 0,1 Ci/kmq. Purtroppo la situazione a vent’anni di distanza da quell’incidente non risulta molto diversa.

Vota questo post

PM 10 POLVERI SOTTILI - FEBBRAIO 2007 - SUSA RAGGIUNGE 16 SUPERAMENTI DA INIZIO ANNO

di MontagnaNostra (15/03/2007 - 16:15)

I dati rilevati dalle centraline ARPA di Susa ed Oulx del mese di febbraio confermano la tendenza già riscontrata a gennaio:

ad Oulx un solo superamento, il 17 febbraio, con media giornaliera di 60 microgrammi/metro cubo di PM 10

ben 9 nuovi superamenti a Susa (16 superamenti da inizio anno 2007) nei giorni 2,5,6,7,8,17,23,24 e 25 febbraio (la media giornaliera più alta è stata raggiunta lo stesso 17 febbraio con  88 microgrammi/metro cubo di PM 10).

Ricordiamo che la media giornaliera delle concentrazioni di PM 10 non deve superare il valore di 50 microgrammi/metrocubo (limite per la protezione della salute umana) per più di 35 volte per anno solare. A Susa in soli due mesi si è quasi a metà del numero di superamenti consentito. E' UN EVIDENTE E PREOCCUPANTE SEGNALE DI CADUTA DELLA QUALITA' DELL'ARIA.

Per consultare i dati giornalieri completi (a partire dal mese di dicembre 2005) sulle rilevazioni delle centraline di Oulx e Susa consultare la sezione INQUINAMENTO del nostro sito

Montagna Nostra 

Vota questo post

SECONDA CANNA FREJUS: l'opinione degli operatori turistici di Bardonecchia

di MontagnaNostra (15/03/2007 - 14:17)

Oggetto: Seconda canna Traforo autostradale del Frejus

  

In relazione alle recenti notizie pubblicate dai settimanali locali ed inerenti la cosiddetta “canna di sicurezza del traforo del Frejus” gli operatori turistici ed economici di Bardonecchia ritengono necessario esprimere alcune considerazioni e preoccupazioni.

La sicurezza fuori e dentro il tunnel è assolutamente necessaria ma la soluzione prospettata (e progettata), ovvero quella di un secondo tunnel largo 8 metri, preoccupa notevolmente. E’ ambigua perché nonostante le assicurazioni da parte della Società Sitaf (sarà usata solo come corsia di emergenza) può consentire un ulteriore incremento di passaggi. Le assicurazioni di oggi sono contraddittorie con quanto affermato nel recente passato dai vertici della Società stessa che auspicava un reale raddoppio del tunnel come logica conseguenza della realizzazione della quarta corsia autostradale.

E’ ancora ambigua perché le assicurazioni e le regole di oggi possono domani essere modificate. E una logica di interessi potrebbe rendere il Frejus ancora più attrattivo per i mezzi pesanti.

Questa logica non è compatibile con la vocazione turistica di Bardonecchia e dell’Alta Valle Susa.

 

Per altri trafori, in Valli alpine con economia turistica come la nostra, sono state realizzati altri interventi meno impattanti ed ambigui per ottenere le garanzie di sicurezza necessarie anche ricorrendo al contingentamento dei TIR come in Valle d’Aosta.

 

L’opera è inoltre decisamente impattante: viene chiamata galleria di sicurezza ma è praticamente grande come l’attuale traforo (anche se il progetto preliminare individuava un tunnel più piccolo, di 5 metri di larghezza). Un altro traforo del Frejus (l’attuale è largo 9 metri, la “canna di sicurezza” 8) vuol dire anni di cantieri, disagi, aumento di traffico di mezzi pesanti, rumori, polveri, inquinamento, estrazione di un grande volume di materiale, depositi e discariche di tale materiale. Che si sovrappongono al già intenso traffico attuale.

In questi giorni poi, con la chiusura del traforo del Monte Bianco ed il conseguente dirottamento dei mezzi pesanti nella nostra valle, si percepisce sia visivamente che olfattivamente questa scarsa qualità dell’aria.

Cosa potrebbe succedere all’economia turistica dell’Alta Valle, che risente già di forte crisi accentuata da questo inverno povero di neve, e di conseguenza anche al mercato immobiliare locale se chi la frequenta non ritenesse più questa valle così attraente e piacevole?

 

La qualità dell’aria, dell’acqua e dell’ambiente sono i pilastri, le risorse fondamentali che hanno capacità di attrattività turistica in montagna: già oggi la qualità di questi elementi è scesa di livello (i risultati di rilevazioni ARPA sulla qualità dell’aria indicano già oggi livelli di inquinamento e caduta di qualità). I segni sul territorio lasciati dall’autostrada, dai viadotti, dalla quarta corsia sono evidenti. I tentativi di mimetizzare i tagli nella roccia con teli verdi, le palificazioni in legno sottostanti pilastri in cemento armato non contribuiscono sicuramente a mitigare l’impatto sul paesaggio.

Un'altra perplessità origina dalla recente intervista rilasciata dall’Assessore Sergi alla stampa locale (La Valsusa  8 marzo 2007), proprio in merito alla canna di sicurezza. L’Assessore riveste oltre che la carica elettiva con delega ai lavori pubblici anche il ruolo di dipendente della Società del traforo con compiti di responsabilità. Senza mettere in dubbio la buona fede, risulta difficile capire la sua reale obiettività ed indipendenza di giudizio e soprattutto se il suo giudizio origini dal mandato conferitogli dagli elettori o dal suo rapporto di lavoro subordinato.

 

 

Quanto sopra pare in stridente contrasto con la Delibera che il Consiglio Comunale ha già fortunatamente adottato contro la seconda canna e per il contengentamento dei TIR laddove sono raccolte appieno le nostre preoccupazioni e che un Assessore avrebbe il dovere di rispettare e di eseguire in tutte le sedi istituzionali (Comune e Comunità Montana). Le nostre preoccupazioni emergono anche in relazione al parere che il Comune di Bardonecchia sarà tenuto ad esprimere in relazione alla seconda canna, parere che dovrebbe rappresentare l’opinione dei cittadini elettori del Comune e non quello della società interessata al progetto.

Come imprenditori siamo coscienti che la il Traforo del Frejus dà lavoro a molte persone ma siamo preoccupati perché ancora un maggior numero di persone svolge oggi attività direttamente o indirettamente legate al turismo.

Occorre ragionare insieme e trovare una soluzione che non penalizzi per il presente e per il futuro le opportunità di lavoro di Bardonecchia e dell’Alta Valle.

Discutere e valutare assieme, non vuol dire però trovarsi di fronte a scelte già definite e preconfezionate che tengono conto solo degli interessi di qualcuno a scapito della collettività.

Distinti saluti

In originale firmato da

  • Associazione Commercianti Bardonecchia
  • Associazione Albergatori Bardonecchia

  • Colomion Spa Impianti di risalita

  • Associazione Turistica Pro Loco

  • ASD Bardonecchia Mopuntain Bike

  • ASD Colomion srl

  • Club Alpino Italiano Sezione di Bardonecchia

  • Soccorso Alpino Sezione di Bardonecchia

  • AIB Bardonecchia

  • Sci Cub Bardonecchia

  • Scuola di Sci Bardonecchia

  • Scuola Materna Bardonecchia

Vota questo post